Nelle parabole di Zhuangzi, un classico del pensiero cinese, si trova una critica feroce alla "misura fissa". C'è una storia famosa che riguarda due imperatori che vogliono "aiutare" il loro amico Hundun (il Caos), il quale non aveva i sette orifizi (occhi, orecchie, bocca, naso e non vado oltre). Quindi hanno la brillante idea di scavargli ogni giorno un buco per renderlo "normale". Al settimo giorno, Hundun muore inaspettatamente.
La morale: cercare di imporre una forma standard a ciò che è naturalmente diverso porta alla distruzione della vita stessa.
A soli due mesi dall’esordio con Noianoiser, Riccardo Prianti aka ZIST torna con Professional Quitter, un’opera che consolida la sua estetica dell’imperfezione.
Il manifesto esistenziale del disco – pubblicato nel dicembre 2025 da una cordata di etichette indipendenti tra cui Hvergelmir, Cruel Records e Almost Halloween Time – è il seguente: essere un "rinunciatario professionista" non è un atto di pigrizia, ma di resistenza. Se la leggenda del blues Robert Johnson andò al crocevia per vendere l’anima al diavolo in cambio di un talento sovrumano, ZIST sembra aver compiuto il percorso inverso. Il suo "crossroad" è il punto in cui si accetta la perdita totale. Mentre Johnson cercava la perfezione attraverso il soprannaturale, Prianti cerca la verità attraverso il difetto, trasformando il patto faustiano in una tregua con la condizione di essere umani.
Registrato in solitaria al Cruel House Studio, il disco è un ibrido tra il dark-folk del suo predecessore e un blues catramoso che esplora la paranoia e il decadimento. La forza del disco risiede nei contrasti timbrici: in "Moon", la natura rurale del banjo collide con le psicosi moderne, un po' come sentire un canto popolare del secolo scorso che, improvvisamente, inizia a delirare di droga e solitudine moderna. Mentre l'uso del theremin (Punk Xerox) e delle congas (Elia Lazzerini) aggiunge strati psichedelici e alieni.
L'album ha anche delle accelerazioni, come in "Eye", il cuore punk del lavoro, dove il tema della sorveglianza diventa un mantra soffocante. Al contrario, "Hotel" si muove in atmosfere più sospese e decadenti, descrivendo la marginalità con un crudo realismo che ricorda il lato più distaccato di Lou Reed (“Waiting For My Man”).
Come in un diario di bordo nichilista che sintetizza lo stato mentale di chi è escluso dai ritmi della performance moderna, ZIST non cerca metafore complesse, preferendo la vulnerabilità di una voce che a tratti si spezza sotto il peso del racconto.
Professional Quitter è un ascolto che le canta chiare, fatto di fruscii e distorsioni, ma è proprio in questo rumore che risiede la sua vitalità. ZIST invita l'ascoltatore a smettere di giocare secondo regole altrui e ad abbracciare la propria imperfezione.
Questo disco è ruggine purissima sulla perfezione posticcia.
