Il 31 dicembre 2025 non è stato un capodanno come gli altri. Alle 23:57, mentre il mondo stappa lo spumante, MTV stacca la spina ai suoi ultimi canali musicali. Quarantaquattro anni di baccano finiscono in un silenzio che stride con il passato, e per chiudere simbolicamente il cerchio, sullo schermo scorrono di nuovo i Buggles. “Video Killed the Radio Star” torna a infestare le frequenze, come in quel 1° agosto 1981, quando tutto ha inizio negli Stati Uniti.
Quello che la Warner-Amex Satellite Entertainment (WASEC) diffonde negli anni ottanta è un virus che muta il DNA della cultura pop. Robert Pittman e John Lack, le menti dietro l’operazione, sognano una radio da guardare. Pittman, ex DJ radiofonico che mastica frequenze da una vita, capisce prima degli altri che il pubblico non si accontenta più di vibrazioni nell’aria. Vuole facce. Vuole che l’occhio diventi l’orecchio.
L’allunaggio del rock e la bandiera del Moonman
Il primo respiro di MTV ha il volto della NASA. Fred Seibert, il direttore creativo, prende le immagini dell’Apollo 11 e le profana con il logo colorato della rete. È una colonizzazione metaforica: la musica si prende la luna perché la terra è ormai troppo stretta. Poi arriva la voce di Lack, secca come un colpo di frusta: «Ladies and gentlemen, rock and roll», seguita a ruota da un riff di chitarra elettrica composto da Jonathan Elias e John Petersen che sferza la noia dei canali generalisti.
Il Moonman, l’astronauta che pianta il vessillo di MTV tra i crateri, diventa subito un feticcio. Non è un semplice logo né solo la statuetta dei Video Music Awards. Quella sagoma d’argento è un manifesto e dice che le vecchie regole sono carta straccia, che MTV è un territorio dove si parla una lingua che gli adulti non possono capire e dove l’immagine importa tanto quanto la musica.
E pensare che tutto nasce dal divieto della NASA di usare il volto di Neil Armstrong, costringendo Seibert a ripiegare su un’inquadratura generica alla quale sovrapporre il logo: quella che era nata come una necessità legale è diventata la più grande icona pop degli anni ottanta.
La profezia dei Buggles e la stanza nel New Jersey
La scelta di “Video Killed the Radio Star” come battesimo del fuoco non ha nulla di casuale. Il pezzo, scritto nel 1979 da Trevor Horn, Geoff Downes e Bruce Woolley, profuma di nostalgia futuristica. Horn si ispira alle visioni di J.G. Ballard in The Sound-Sweep, fiutando il cadavere di un’epoca che sta per finire. Nel video, montato in ventiquattr’ore con un pugno di dollari, si intravede anche un Hans Zimmer sbarbato che preme tasti mentre il mondo della radio inizia a scricchiolare.
Al debutto, MTV è un fantasma. A New York, dove risiedono gli uffici, il segnale non arriva. I dirigenti, per convincere gli inserzionisti che non vendono aria fritta, caricano tutti su un furgone e attraversano l’Hudson fino a un appartamento di Fort Lee, nel New Jersey. Lì, tra pareti anonime e cavi volanti, la tv musicale esiste davvero. Questo isolamento forzato apre i cancelli alla Seconda Invasione Britannica: i gruppi del Regno Unito, svezzati da Top of the Pops, hanno già i rulli pronti. MTV diventa la loro vetrina, lucida e irresistibile.
I volti della rivoluzione
MTV porta nei salotti figure che rompono la formalità del tubo catodico: i Video Jockey.
C’è Mark Goodman, la mascella quadrata del rock. Nina Blackwood, un’apparizione che sembra uscita da un club fumoso di Soho. Alan Hunter, il vicino di casa che ti spiega come tenere in mano una chitarra. J.J. Jackson, la biblioteca vivente, quello che i dischi li ha letti prima ancora di ascoltarli. E infine Martha Quinn, il sorriso che convince l’America che tutto andrà bene. Fedeli alla linea del “nemo profeta in patria”, a New York camminano ancora indisturbati mentre nel resto degli States la gente li ferma per strada.
In Italia, il canale atterra il 1° settembre 1997. Il biglietto da visita è il testamento acustico dei Nirvana, l’Unplugged in New York, seguito dagli U2 che a Reggio Emilia inaugurano il primo MTV Day. Per un po’ le voci arrivano da Londra: Victoria Cabello e Andrea Pezzi registrano i lanci oltremanica, ma il richiamo del territorio è troppo forte. Nel 2001, con l’acquisizione delle frequenze di TMC e TMC2, avviene il trasloco definitivo. MTV occupa le stanze che furono di Videomusic, di cui si accaparra anche gli archivi, e sposta il baricentro a Milano.
I programmi diventano laboratori a cielo aperto. Camila Raznovich usa Loveline per scoperchiare il vaso di Pandora della sessualità adolescente, mentre TRL trasforma Piazza del Duomo in un’arena dove migliaia di ragazzini vivono la musica come un rito collettivo e rumoroso.
Icone e muri abbattuti
Il colore della pelle smette di essere un filtro grazie a Michael Jackson, ma la rivoluzione matura anche sotto i colpi di un’intervista diventata storica. Nel 1983, mentre “Billie Jean” costringe la rete a mettere in discussione i propri criteri di selezione, David Bowie ne smonta pubblicamente la linea editoriale.
Seduto negli studi del network, il Duca Bianco mette Mark Goodman di fronte a un’evidenza imbarazzante: «Sono sbalordito dal fatto che ci siano così pochi artisti neri su MTV. Come mai?». Bowie non usa toni accesi, ma una calma tagliente come una Katana. Quando Goodman prova a giustificare la scelta parlando di un pubblico non ancora pronto, Bowie chiude il discorso definendo quella del canale una «visione decisamente monocromatica di ciò che sta accadendo nella musica».
È questo cortocircuito — la più grande star del rock bianco che mette a nudo l’anacronismo del network — a privare MTV di ogni giustificazione, rendendo inevitabile l’apertura a una programmazione finalmente specchio della realtà.
Madonna, intanto, si siede sul trono della provocazione. Ai VMA del 1984 si rotola in abito da sposa con la fibbia “Boy Toy”, scrivendo praticamente per caso il manuale della scandalistica pop. Nel 1991, “Smells Like Teen Spirit” porta il Seattle Sound nei centri commerciali, cambiando per sempre l’estetica della strada.
Tuttavia, il formato del videoclip non è infinito e il pubblico inizia a mostrare i primi segni di noia. Già all’inizio degli anni Novanta, la direzione intuisce che la musica a ripetizione non è più sufficiente a trattenere lo spettatore sul divano: così, nel 1992, nasce The Real World, il seme del reality moderno.
Dieci anni dopo, The Osbournes ridimensiona definitivamente il mito: Ozzy, il Principe delle tenebre del metal, viene mostrato mentre lotta con il telecomando e i figli ribelli. Con Jersey Shore nel 2009, l’estetica del trash prende il sopravvento. Nel 2010, la scritta “Music Television” scompare dal logo: la musica è ufficialmente diventata un elemento di sfondo.
31 dicembre 2025: l’ultimo atto
La fine quindi non è un incidente, ma prende semplicemente le sembianze di una ristrutturazione da 500 milioni di dollari firmata Paramount Global e Skydance Media. YouTube e TikTok hanno reso la televisione musicale un reperto archeologico. Alle 23:57 del 31 dicembre 2025, l’epitaffio è affidato ai Buggles. Sugli altri canali, le Spice Girls salutano i Millennial con “Goodbye”, prima che tutto sfumi in una grafica statica che rimanda ai siti web.
Ma l’eredità di MTV è ovunque: ogni smartphone è un potenziale canale. La rivoluzione ha vinto così bene da aver ucciso il suo creatore. Come previsto quarant’anni fa, l’era è passata, e resta solo il rumore bianco del “No Signal”.
